6 Nov 2013

Guerra Santa

*GUERRA SANTA*



-Il Jihad Islamico:
In tempi recenti, e per motivi legati all'attualità, la locuzione è spesso utilizzata, secondo alcuni in maniera non del tutto appropriata, per giustificare la lotta politica e militare 
contro il predominio economico (ma anche culturale) d'un Occidente ritenuto aggressivo e globalizzante. Da questo punto di vista si isolano alcuni aspetti del jihad e, nella 
fattispecie, quello che identifica l'obbligo per i componenti della comunità islamica di difendere, in caso di aggressione, oppressione o persecuzione la comunità stessa (cioè 
il jihad difensivo), oppure quello (senza che in questo caso vi sia alcun obbligo connesso da parte dei singoli fedeli islamici ma solo della comunità nel suo insieme) di 
espandere i domini musulmani (jihad offensivo). Sotto questo aspetto, al jihad viene attribuito anche un carattere difensivo e non puramente offensivo o espansivo, che non 
dovrebbe però prevedere atti di eccessiva efferatezza, infatti secondo un hadith (tradizione religiosa) Maometto esortò così i credenti in Allah: "non uccidete donne, bambini, 
neonati, vecchi". Al contrario di quanto si crede non esiste alcuna differenza fra jihad e Crociata, dovuta alla diversa organizzazione della guerra santa. Se infatti è vero che 
nell'Islam è lecita una individuale e spontanea lettura interpretativa del Corano (laddove nel Cristianesimo è centrale il concetto di "Chiesa docente") è però vero che, per 
poter essere validamente proclamato, il 'jihad deve essere legittimato dal consenso della maggioranza dei più autorevoli giurisperiti e da una nutrita serie di fatawa, lasciando 
che nell'Islam classico l'iniziativa incombesse poi per gli aspetti pratici e organizzativi sul Califfo (e nel mondo sciita sull'Imam), così come la Crociata è istituzionalmente 
promossa dal vertice della piramide teocratica, formalmente del tutto assente nell'Islam. Con la dissoluzione dell'Impero Ottomano è venuta a mancare però un'autorità 
politica unica che governi la maggioranza del mondo musulmano, mentre con l'occultamento ( ghayba ) dell'Imam dello Sciismo - destinato a manifestarsi solo alla fine dei 
tempi - anche la più cospicua minoranza dell'Islam si trova formalmente nella quasi impossibilità di proclamare il Jihad. A causa della mancanza di organizzazione 
ecclesiastica all'interno della vasta maggioranza dei musulmani, nessun divieto giuridico tuttavia può sanzionare chi si autoproclami ?alim e quindi, sia pur con grande 
sicumera, non mancano improvvisati che non esitano a proclamare un jihad dopo essersi provvisti di una qualsivoglia compiacente fatwa, un parere legale che risponda a un 
quesito giuridico astratto, in grado di sostenere la loro proclamazione. Non bisogna però dimenticare che le fatawa possono essere numerose e contrastanti, tanto che può 
accadere che qualcuno ritenga legittimo proclamare un jihad laddove un altro non ne ravvisi i requisiti legali minimi. Tali "nuovi dotti", spesso autodidatti e forti contestatori 
dell'autorità degli dulama ufficiali (accusati di connivenza o, quanto meno, di acquiescenza nei confronti dei numerosi autocrati che governano il mondo islamico in spregio 
delle indicazioni etico-giuridiche imposte dall'Islam), non si adeguano per lo più quindi al radicato portato della tradizione islamica (assai rigida nel legittimare il ricorso al 
jihad), stratificatasi in 14 lunghi secoli di riflessione teologica e giuridico-religiosa. Non temono quindi di proclamare un jihad anche quando ne manchino in modo evidente i 
requisiti indispensabili, sì da fare assumere alle loro bellicose dichiarazioni un valore eminentemente politico. Ha provocato a questo proposito violente reazioni nel mondo 

islamico la citazione di una frase dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo pronunciata da Benedetto XVI nell'ambito di una lectio magistralis presso l'università di 
Ratisbona, nel corso della quale a proposito della guerra santa il Papa ha detto: "La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha 
bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia ..."



-Il Cristianismo:
L'attribuzione di "santità" o liceità della guerra, assolve dunque alla funzione di nobilitare la motivazione guerresca e di garantire preventivamente al soldato la liceità di 
quanto sta per compiere. Analoga alla non imputabilità giuridica del soldato che uccide, sorge dunque la discriminante religiosa, per la quale nemmeno la Legge di Dio è 
stata violata se la guerra risponde all'interesse della religione. Questa attribuzione viene appunto rilasciata dall'autorità religiosa, a volte con enfatica determinazione, ma più 
spesso con implicito avallo, a seguito di specifiche interpretazioni dei rispettivi riferimenti teologici (della sistematizzazione interpretativa posteriore) ma anche scritturali, 
cioè quelli esplicitamente rintracciabili nel libro sacro, ove possibile. In genere, l'esegesi a ciò finalizzata produce il risultato che "a talune condizioni" la guerra sarebbe un 
"male minore", un "necessario sagrifizio" e un doveroso intervento comunque ben gradito al Signore; coloro che si rivolgono con approccio critico verso simili sinergie fra 
autorità religiose e politiche, non mancano però di sottolineare la variabile elasticità interpretativa delle rispettive Scritture. Gli Ebrei, che inaugurano la prima religione 
monoteista rivelata, fra i primi sperimentarono anche tutto ciò che ad esso si accompagnava: il diritto divino, l'esaltazione del popolo eletto, la sconfitta dell'ateismo, delle 
religioni avversarie e di chi le professava, invocando anche l'aiuto divino per le azioni armate necessarie ad ottenere tali obiettivi. Nell'Antico testamento il ritorno degli ebrei 
dalla schiavitù in Egitto coincide con una guerra per fruire del territorio promesso da Dio ad Abramo, anche a spese dei popoli insediatisi in Palestina. L'antico popolo 
ebraico è eletto (scelto) da Dio. L'immagine dell'Ebraismo moderno come religione che non fa proseliti è vera. Anche nell'antica Roma monarchica si sviluppò il concetto di 
"guerra santa", con il complesso di operazioni rituali eseguite dai feziali. Tito Livio ci testimonia nelle sue Historiae le formule in uso all'epoca allorché il Senato decideva 
l'avvio delle operazioni di guerra contro il proprio vicino. Non diversamente stanno le cose col Cristianesimo, anche se diverso ne è il fondamento "ideologico". Il Cristo, che 
espressamente introduce l'apostolato e la diffusione della "buona novella", non fornisce un così esplicito consenso alla violenza come mezzo di diffusione della sua parola. E 
tuttavia l'invito a rendere "a Cesare quel ch'è di Cesare" (Mt 22, 21) e l'affermazione categorica di Paolo secondo cui "Non c'è autorità se non da Dio" (Rm 13, 1) rientrano tra 
i tanti passi della Scrittura utilizzati per affermare che i detentori del potere sono innanzi tutto ministri di Dio, per costruire nel tempo le "sante" alleanze tra potere temporale 
e potere spirituale, per giustificare nei secoli milioni di morti ammazzati in nome di Dio. Opinione che ha visto pochissimi Padri della Chiesa esprimersi, sempre e 
comunque, contro l'uso della violenza: Tertulliano, Origene e Lattanzio costituiscono rari nates in un mare di giustificazionismo cristiano ed è alla luce di questi ultimi che 
vanno, ad esempio, lette la tolleranza di fatto della chiesa verso la famigerata Quarta crociata veneziana contro la cristiana Costantinopoli o le campagne di conquista 
intraviste anche come azioni di evangelizzazione degli Spagnoli e dei Portoghesi nel continente americano, che tale valenza in verità non si erano, almeno coscientemente, 
auto-attribuita. Inutili furono le lamentele da parte di singoli prelati (come Bartolomeo de Las Casas) e delle autorità della Chiesa di Roma.
Laddove invece la Chiesa non agì come braccio spirituale dell'Impero spagnolo, bensì indipendentemente e anzi in flagrante contrasto con esso, sorsero interessanti 
esperimenti di autogoverno indigeno e di comunitarismo, come accadde nelle Reducciones fondate dai Gesuiti in Paraguay. Invise e insopportabili per un potere coloniale 
perché rendevano evidente il raffronto con i confinanti possessi spagnoli e portoghesi, le Reducciones furono perseguitate, invase e saccheggiate dagli eserciti coloniali (a 
livello di fiction, il film Mission di Roland Joffé è un'ottima operazione didattica riferita a questo episodio storico semi-dimenticato).
Nell'Islam conta invece più la diffusione politico-territoriale della dar al-Islam (casa dell'Islam) che la conversione in sé, secondo un passo del Corano, non facilmente 
interpretabile, secondo il quale "non c'è costrizione nella fede". Nella Daar al-Islam ai musulmani spetta comunque la direzione politica, la piena espressione delle pratiche 
di culto e il possesso delle armi (dell'esercito). Ai dhimmi (ebrei, cristiani, mazdei e altri), privi della piena cittadinanza, è impedito di fare proselitismo, mentre è concesso 
l'esercizio del culto, della proprietà e un accesso a cariche amministrative in teoria anche elevate (con l'impossibilità però di ricoprire l'ufficio di percettore delle imposte 
coraniche), ma nessuna funzione giudiziaria e militare. I dhimmi sono obbligati a pagare un'apposita tassa supplementare, la jizya (imposta personale) ed eventualmente il 
kharaj (imposta fondiaria) per poter legittimamente usufruire delle loro limitate libertà civili e religiose.






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